Sei Dee già Pulp

Cooperative politeiste non dogmatiche --> https://plus.google.com/115879946708164944187/about
#Fischer: #Merkel dimentica il dimezzamento dei #debiti di guerra alla #Germania e sta distruggendo l' #Europa con l' #austerità. - http://www.ilsole24ore.com/art...
- (...) Fischer scrive che è «sorprendente» che la Germania abbia dimenticato la storica Conferenza di Londra del 1953, quando l’Europa le cancellò buona parte dei debiti di guerra. «Senza quel regalo - scrive l’ex ministro tedesco nel suo libro - non avremmo riconquistato la credibilità e l’accesso ai mercati. La Germania non si sarebbe ripresa e non avremmo avuto il miratolo economico». - Sei Dee già Pulp
[e noi seguiamo a ruota...] Milano affonda (-4,44%) sulla scia di Atene (-6,3%). Spread oltre 160 --> http://www.ilsole24ore.com/art... - Sei Dee già Pulp
LLAMAMIENTO SÚPER URGENTE A TODAS LAS PERSONAS CON PASAPORTE ITALIANO Y AIRE | AltraItalia - http://www.altraitaliabcn.org/2014101...
[ispanici eventuali che leggete: date una mano (o girate il link a chi può essere interessato)!] - Tra novembre e dicembre si celebreranno le elezioni a suffragio universale dei COMITES, le rappresentanze democratiche degli italiani all’estero. Nella nostra circoscrizione (Catalunya, València, Murcia, Aragón, Baleares) le associazioni AltraItalia di Barcellona ed Espai Italia di València hanno promosso una lista progressista di confluenza, denominata ‘Unione Civica Progressista’, il cui motto è ‘Libertà è partecipazione’. Affinché la lista sia ammessa, è necessario raccogliere 200 FIRME entro DOMENICA 19 OTTOBRE; possono firmare SOLO coloro che abbiano passaporto italiano e Aire entro il 31.12.2013, e la firma non implica alcun obbligo nei confronti della lista. Bisogna recarsi in (...) - Sei Dee già Pulp
Muchas gracias. :) - Sei Dee già Pulp
de res :) - Selkis
#Landini sondato a #Ballarò come leader politico. Pesa già quanto #Grillo (sopra al 20%). Impressionante.
ma in un partito già esistente o in un movimento tutto suo? - jesup ॐ
Quindi, per capirci, Berlusconi, Renzi e Landini prendono voti positivi anche oltre il cerchio stretto dei propri (potenziali) elettori. Grillo, no. - Sei Dee già Pulp
♫ Killer Ghenga Radiostampa - Ustmamò http://spoti.fi/1p9Cnzj
<3 Mara Redeghieri dal vivo è un'esperienza - L&#39;Andre
Vedo che è tornata a cantare e ha uno spettacolo intitolato Dio valzer. Direi che è pronta per FF - L&#39;Andre
#Renzi‬: «La più grande opera di riduzione delle tasse mai tentata».‪ #MenoTassePerTutti‬ e #ForzaItalia! - http://www.ansa.it/sito...
- Nella legge di stabilità ci saranno "incentivi che permetteranno per un triennio di non pagare contributi a chi fa assunzioni a tempo indeterminato". Lo annuncia il premier Matteo Renzi a Bergamo. "Togliamo per i nuovi assunti l'articolo 18 e togliamo il peso fiscale per i primi tre anni". "Nella legge di stabilità tagliamo 18 miliardi di tasse". "Vorrei eliminare il patto di stabilità per i Comuni e le Regioni" ma intanto nella legge di stabilità che sarà in Cdm mercoledì verrà "liberato spazio per un miliardo di euro", annuncia Renzi. Sarà liberato '' 'uno spazio di patto' per un miliardo di euro, il che significherà un miglioramento dei margini del 77%'' a favore degli enti locali, prosegue Renzi. "Spending mai vista, da 16 miliardi" - Nella legge di stabilità "facciamo una spending review da 16 miliardi di euro: non l'aveva mai fatta nessuno". Lo annuncia il premier Matteo Renzi all'assemblea di Confindustria a Bergamo. (...) "Sarà manovra da 30 miliardi"-"La manovra nel suo complesso avrà 30 miliardi di euro, senza un centesimo di aumento delle tasse". Lo annuncia il premier Matteo Renzi parlando all'assemblea di Confindustria a Bergamo. "Dal 2015 verrà abolita la componente lavoro dalla tassa dell'Irap. Questo vale 6,5 miliardi di euro", annuncia annuncia il premier. ''Io vi chiedo di lasciare da parte le divisioni culturali ed ideologiche'', e ''di dare una mano non a noi ma agli italiani'': è stato l'appello del presidente del Consiglio Matteo Renzi agli imprenditori di Bergamo, assicurando che ''alla fine della legislatura ci arriveremo col Paese trasformato''. "Dobbiamo consentire a chi vuole attraverso un'operazione con le banche di sostegno alle pmi, che presenteremo nelle prossime ore, la possibilità di lasciare il tfr su base mensile". Così il premier Matteo Renzi a Bergamo. Di fronte alla "contrazione dei consumi", si tratta di un "passaggio importante e serio". (...) - Sei Dee già Pulp
[BOOM!] Invece di bombardare lo Stato Islamico, dovremmo dialogarci (Anna Maria Cossiga) - http://temi.repubblica.it/limes...
- (...) Del nuovo califfato si è fatto l’ennesimo avversario numero uno. Creare un acerrimo nemico da combattere e sconfiggere è una caratteristica tutta statunitense che pare sia stata esportata nel resto dell'Occidente (e non solo) insieme alla Coca Cola e ai jeans. Prima c'erano i selvaggi (indiani, africani o popoli colonizzati in generale) da redimere e civilizzare; poi sono arrivati i comunisti; infine i fondamentalisti islamici, di cui il califfato di al-Baghdadi è l'ultima versione. Per descrivere i cosiddetti fondamentalismi religiosi, in special modo quello islamista, sono stati impiegati fiumi di inchiostro. Lo Stato Islamico ha tutte le caratteristiche del fondamentalismo individuate dagli studiosi occidentali: reattività alla marginalizzazione della religione nella società, manicheismo morale, infallibilità dei testi sacri, millenarismo, presenza di un leader carismatico e di un nemico sia interno (musulmani “deviati”) sia esterno (Occidente), ambivalenza nei confronti della modernità di cui si rifiutano le premesse laiche e pluraliste e se ne accettano i benefici strumentali. In poche parole il fondamentalismo perfetto che minaccia il mondo intero e quindi va distrutto. Sembra tutto molto chiaro e definito. Eppure ci sono ancora molti aspetti sconosciuti dello Stato Islamico, a partire dal nome. Isil, Isis, Is: tutti acronimi derivanti dalla lingua inglese. “S” sta per State, “I” per islamic. Lo Stato Islamico, insomma, in un primo momento di Iraq e del Levante, poi di Iraq e Siria, infine senza alcuna connotazione geografica. Che cosa c’è in un nome? si chiedeva Shakespeare. In questo caso c’è molto. In arabo è al-Dawla al-Islāmiyya. La parola dawla, che noi traduciamo con “Stato”, viene usata per indicare un’entità politica ma significa anche “cambiamento”, termine che mal si adatta alla nostra idea di Stato come entità giuridica e politica sovrana costituita da un territorio con confini ben definiti e stabili. L'idea di cambiamento ha molto più a che fare con la storia del califfato, un’entità politica che tendeva continuamente ad ampliarsi per includere nel Dar al-Islam (la casa dell’Islam) i territori non musulmani del Dar al-Harb (la casa della guerra o del caos). Finché esisterà la seconda, la prima non potrà mai avere confini precisi. L’eliminazione del confine sembra essere uno degli obiettivi dell’Is. Nel reportage “Dentro l’Isis”, trasmesso di recente da Sky, i combattenti intervistati si dichiarano orgogliosi di aver cancellato la frontiera tra Iraq e Siria e di poter passare da un territorio all’altro “senza visto e senza passaporto”. Il primo nemico da sconfiggere, dicono, è l’accordo Sykes-Picot che aveva stabilito quei confini. Lo scopo dell’Is, dunque, non è creare un nuovo Stato secondo i parametri occidentali, ma ricreare ed estendere il califfato dei tempi d’oro della civiltà islamica, fino a raggiungere Roma e infine far sventolare la bandiera nera sulla Casa Bianca. In questa visione, lei sì millenaristica, lo Stato Islamico si differenzia profondamente da altri fondamentalismi. In primo luogo dall'Iran e da Hamas, il cui scopo è creare uno Stato palestinese, per quanto basato sui principi del “puro” Islam. Forse il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dovrebbe rifletterci meglio quando paragona i due movimenti. Nella nostra rappresentazione del nuovo brand islamista pecchiamo, ancora una volta, di etnocentrismo. L'immaginario occidentale non sembra lasciare spazio ad alcuna entità politica che non ricalchi il nostro Stato-nazione, per quanto ormai le sue condizioni di salute non siano delle migliori. Il califfato, inoltre, ha una natura rivoluzionaria inversa paragonabile a quella del suo acerrimo nemico: l'Iran. Al termine "rivoluzione" siamo abituati ad associare l’idea di novità. Il marxismo voleva creare un mondo e un uomo nuovi. La rivoluzione islamica, invece, vuole tornare al vecchio mondo del profeta e ai musulmani della prima umma. Secondo gli islamisti il presente è infettato a tal punto dal virus occidentale, che l’unica medicina per il futuro è fare ritorno al passato. Sembra di trovarsi di fronte a una crisi della presenza e al rischio di fine del mondo, per citare Ernesto De Martino. Parafrasando le parole dello studioso, il movimento islamista di stampo apocalittico risponde con ritardo all’esperienza traumatica dell’invasione coloniale occidentale e riflette tanto la perdita dell’autonomia politica, quanto il crollo del sistema di vita tradizionale. Nel già citato reportage, un combattente promette che il califfato occuperà le nostre terre, prenderà le nostre donne e renderà orfani i nostri figli esattamente come noi abbiamo fatto con loro. Lo sguardo è, per la nostra sensibilità, quello di un fanatico terrorizzato. La loro soluzione è il ritorno al tempo mitico dell’Islam vittorioso. Un tempo in cui si può trovare la soluzione alla crisi del presente. Questo non significa rinunciare a ciò che di utile viene dalla modernità occidentale. Una sorta di strano sincretismo in cui un addetto stampa del califfato, con occhiali da sole Ray-Ban, cellulare di ultima generazione e ricetrasmittente in mano, inneggia alla sharia e al jihad, maledicendo gli apostati e gli infedeli e “minacciando” di usare contro l’Occidente gli ultimi ritrovati tecnologici. Anche l’Occidente sta sperimentando una sua crisi della presenza. Qual è la nostra soluzione? Bombardare, senza convinzione, uno Stato che Stato non è e sul cui territorio risiedono “i buoni” che dovremmo difendere? Il nostro manicheismo, in fondo, è simile al loro. Come lo è il fondamentalismo etnocentrico che continua a interpretare la realtà secondo parametri desueti quali lo Stato-nazione e la religione democratica. A nostra volta continuiamo a guardare al passato, incapaci di immaginare un futuro nuovo. Allo stesso modo creiamo un mostro da sconfiggere per mascherare la nostra stessa sconfitta. Non si tratta di uno scontro di civiltà, quanto di uno scontro di paure su ciò che entrambi i contendenti percepiscono come la fine del loro mondo. Non esistono vincitori, solo sconfitti. La parola d’ordine, tanto dell’Occidente quanto degli Stati musulmani rivali dell’Is, è “non trattare con i terroristi”. Sarà davvero una strategia vincente? In fondo, il terrorismo dell’Eta e dell’Ira ha avuto fine nel momento in cui si è aperto un dialogo e i terroristi sono stati riconosciuti come nemici con i quali avviare una qualche trattativa. Forse invece di bombardare dovremmo cercare una via di comunicazione con il califfo, stando molto attenti affinché gli interpreti traducano esattamente “loro” a noi e “noi” a loro. - Sei Dee già Pulp
Lucio Caracciolo: «Lo Stato Islamico non è l'apocalissi dipinta dal coro dei media internazionali e da leader d’ogni colore, non solo occidentali. Il suo capo, Abû Bakr al-Baġdādī, è un «califfo» molto virtuale. Questo sedicente successore di Maometto, al secolo Ibrhāhīm ‘Awad al- Badrī, cui Time ha assegnato l’immeritato titolo di «uomo più pericoloso del mondo», non è né potrà diventare il supremo ordinatore dell’universo musulmano. Non è nemmeno un soggetto autonomo, per sé capace di alterare le equazioni di potenza in Medio Oriente. Ma lo Stato islamico – Is, stando all’acronimo inglese (da Islamic State) che certifica la penetrazione universale del brand – non vale tanto per quel che è quanto per come viene percepito, reinterpretato e usato dalle potenze locali, regionali e globali. Sotto tale profilo, si offre insieme come rivelatore geopolitico, strumento maneggiabile da attori assai più consistenti per fini propri, marchio semplice e geniale, potenzialmente attraente nell’ecumene islamica. Compresa quella di casa nostra. Tre angoli di lettura cui corrispondono altrettante maschere del «califfo», sovrapponibili e intercambiabili in base al punto di osservazione e degli interessi in gioco, generando ipnotici effetti di luci e ombre. Miraggi, forse. Ma nel deserto, spazio di annunciazioni, i miraggi contano. A occhi ingenui o interessati paiono più reali della realtà. Non sarà perciò vano osservare gli effetti della fin troppo reclamizzata entrata in scena del «califfato» sulle partite levantino-mediorientali, sull’umma islamica e per conseguenza sulla geopolitica planetaria. Consapevoli che impatto e destino dell’ennesimo sogno califfale saranno determinati da nemici e sostenitori – talvolta lo stesso soggetto in versione palese od occulta – più che dalle scelte di al-Baġdādī. Non inganni il modesto peso specifico dello Stato Islamico. Certo, in un contesto geopolitico ben temperato, atrocità e imprese belliche dell’ultima stella della costellazione jihadista meriterebbero oggi l’attenzione della cronaca, domani forse una nota a piè di pagina nei manuali di storia». --> http://temi.repubblica.it/limes... - Sei Dee già Pulp
Gli U2 in "Every Breaking Wave" - Che tempo che fa 12/10/2014 - http://www.rai.tv/dl...
♫ Jerry Was A Race Car Driver - Primus http://spoti.fi/MJuzRB
♫ Peaches - The Presidents Of The United States Of America http://spoti.fi/Lz8Ht4
I am convinced Socialism is the only answer and I urge all comrades to take this struggle to a victorious conclusion. Only this will free us from the chains of bigotry and exploitation. - http://seideegiapulp.tumblr.com/post...
#art18 #Alleva: delega in bianco è incostituzionale. Mano libera per il governo sui temi centrali della riforma... - http://www.controlacrisi.org/notizia...
- (...) non è suf­fi­ciente in una legge delega evo­care dei titoli e dei temi come potreb­bero essere la disci­plina della cassa inte­gra­zione o dei licen­zia­menti o dei tra­sfe­ri­menti, senza indi­care anche in quale dire­zione devono andare le future modi­fi­che nor­ma­tive. Affer­mare ad esem­pio come dice la delega che il governo è auto­riz­zato a fare un decreto sull’ambito di appli­ca­zione della cassa inte­gra­zione signi­fica pur sem­pre dare una delega in bianco per­ché non si com­prende se quell’ambito di appli­ca­zione debba essere allar­gato o al con­tra­rio ristretto rispetto alla situa­zione attuale. Così non baste­rebbe dire che il governo è auto­riz­zato a sta­bi­lire una nuova disci­plina delle san­zioni per i licen­zia­menti ille­git­timi se non si dice per quale tipo di licen­zia­mento e con quale tipo di san­zione, se mone­ta­ria, di rein­te­gra o ambe­due. Que­sta quindi è la pro­fonda ipo­cri­sia nel maxie­men­da­mento alla legge delega, quella cioè di met­tere l’uno vicino all’altro cri­teri diret­tivi effet­tivi per gli argo­menti di minore impor­tanza e invece dei meri titoli per quelli dav­vero deci­sivi onde con­sen­tire poi al governo di legi­fi­care a suo avviso. Que­sto modo di pro­ce­dere è già stato stig­ma­tiz­zato dalla Corte costi­tu­zio­nale e porta a pre­ve­dere un’impugnazione siste­ma­tica dei decreti ema­nati non già sulla base di cri­teri diret­tivi ma con rife­ri­mento a un sem­plice «titolo». Que­sta cri­tica di fondo non toglie che comun­que il maxie­men­da­mento pre­veda anche alcune dispo­si­zioni più pre­cise e spo­ra­di­che, comun­que pes­sime, e ci rife­riamo in par­ti­co­lare a una cosid­detta nuova disci­plina delle man­sioni che fini­rebbe col ren­dere lecito il deman­sio­na­mento e dun­que il mob­bing, con l’alibi ricat­ta­to­rio della sua neces­sità per ragioni orga­niz­za­tive che in defi­ni­tiva lo stesso impren­di­tore definirebbe. Viene altresì legit­ti­mata, sotto un’apparenza tec­ni­ci­stica, l’attività di con­trollo ossia di spio­nag­gio a carico del lavo­ra­tore. Con riguardo agli ammor­tiz­za­tori sociali la nuova inden­nità di disoc­cu­pa­zione di cui non è spe­ci­fi­cata né la durata né gli importi rispon­de­rebbe comun­que a un cri­te­rio asso­lu­ta­mente errato e cioè a quello della pro­por­zio­na­lità della durata dell’integrità all’anzianità di lavoro pre­ce­den­te­mente matu­rata. Que­sto signi­fica che l’annunciata appli­ca­zione dell’indennità di disoc­cu­pa­zione anche ai rap­porti pre­cari si ridur­rebbe a una sorta di bur­letta per­ché a una breve durata del con­tratto cor­ri­spon­de­rebbe una ancora più breve durata dell’indennità di disoccupazione. Infine c’è l’ambiguità più grave e peri­co­losa che riguarda i con­tratti a tutela pro­gres­siva di futura intro­du­zione e il dilemma è que­sto: tutto quello che si dice e si pole­mizza circa l’abolizione o quasi abo­li­zione della rein­te­gra nel posto di lavoro in caso di licen­zia­mento ille­git­timo riguar­de­rebbe solo que­sti nuovi futuri con­tratti o tutti i rap­porti già in essere come è acca­duto con la legge Fornero? (...). - Sei Dee già Pulp
#Tocci "Sui diritti del lavoro" - «Con le riforme istituzionali gli elettori contano meno di prima. Con il Job Act si intaccano le garanzie per i lavoratori. Queste scelte non erano previste nel programma elettorale del 2013 che abbiamo sottoscritto come parlamentari del Pd. Non siamo stati eletti per indebolire i diritti». - http://waltertocci.blogspot.it/2014...
Intervento in Senato del 7 Ottobre nel dibattito sulla legge delega per il lavoro - La richiesta del voto di fiducia sembra una prova di forza ma è un segno di debolezza. Il governo chiede al Parlamento una delega a legiferare mentre impedisce al Parlamento di precisare i contenuti di quella stessa delega. Il potere esecutivo si impadronisce del potere legislativo per disporne a suo piacimento, senza alcun contrappeso istituzionale. Il Senato delega per sentito dire nelle televisioni, senza quei “principi e criteri direttivi” prescritti dalla Costituzione. È l’anticipazione di un metodo che diventerà normale con la revisione costituzionale in atto. Si forzano le regole per paura di un libero dibattito parlamentare. Il Presidente del Consiglio non è in grado di presentare gli emendamenti che ha proposto come segretario del suo partito. In questo modo, la legge delega sarà priva non soltanto di alcune garanzie ampiamente condivise, ma perfino della famosa questione della cancellazione dell’articolo 18. Se ne parla sui media, ma non risulta nei testi. D’altronde, a quanto pare, non conta più cosa decide il Parlamento - sarà poi il governo tra qualche mese a scrivere i veri decreti - l’importante è ora creare l’apparenza di una grande riforma. L’argomento è stato scelto ad arte per inscenare una contrapposizione simbolica. Ce la potevamo risparmiare questa guerra di religione sul diritto del lavoro. Non solo perché il Paese avrebbe bisogno di ritrovare coesione sociale intorno a un chiaro progetto di cambiamento. Non solo perché si dovrebbe evitare di lacerare la ferita già dolorosa della disoccupazione che segna la vita di milioni di italiani. Ma soprattutto perché non c’è alcun motivo pratico per ingaggiare l’ennesimo duello giuslavorista. E il primo ad esserne convinto sembrava proprio Matteo Renzi. Solo qualche mese fa riteneva che ridiscutere dell’articolo 18 fosse una fesseria. Si era addirittura impegnato di fronte al popolo delle primarie ad archiviare la questione. Come mai ha cambiato idea? Sarebbe doverosa una spiegazione. Altrimenti potrebbe alimentare il dubbio che la guerra di religione è ingaggiata per distrarre l’opinione pubblica, per coprire le evidenti difficoltà dell’azione di governo, per occultare gli scarsi risultati ottenuti nella trattativa europea. Temo che si vada consolidando un metodo di governo basato sulla ricerca continua di un nemico. Può servire a creare un consenso effimero, ma non aiuta il paese a trovare una rotta; asseconda il rancore sociale ma non coagula le passioni civili per il cambiamento. (...) - Sei Dee già Pulp
[https://www.facebook.com/notes... (*)] «(...) Sono inaccettabili le reprimende ai colleghi che non hanno votato la fiducia. Condivido pienamente con Casson, Mineo e Ricchiuti il giudizio negativo sulla riduzione delle garanzie per i lavoratori e sullo strappo costituzionale di una delega conferita al governo senza i necessari indirizzi parlamentari. Sono scelte che superano il mandato ricevuto dagli elettori nel 2013 ed è pertanto pienamente legittimo che si possa non rispettare la decisione di partito. Sento in giro una grande nostalgia per il centralismo democratico proprio da chi predica il superamento del modello novecentesco. Non si può riesumare dal passato solo il vincolo disciplinare, gettando via tutto il resto: gli iscritti, la cultura, la partecipazione. Non possiamo neppure accettare che tutto si riduca a una questione di vita interna. Noi abbiamo segnalato in forme diverse – con il non voto della fiducia e con il gesto personale delle dimissioni – lo stesso allarme per una questione squisitamente istituzionale. C’è stato un trasferimento di fatto del potere legislativo a favore dell’esecutivo su un principio costituzionale come i diritti dei lavoratori. Il governo ha chiesto una delega in bianco e ha impedito al Parlamento di definire gli indirizzi. Di più, il presidente del Consiglio ha posto la fiducia per bloccare la discussione degli emendamenti presentati da circa 40 senatori del partito di cui è segretario. Il tema da discutere allora non è se si è obbligati a votare la fiducia, ma che la fiducia non può essere utilizzata per evitare il confronto politico e parlamentare. Ho fatto l’esempio americano non a caso. Quel paese è in grado di governare il mondo anche se spesso diversi senatori votano contro le proposte del Presidente dello stesso partito. Nella saggezza di quella democrazia la libertà del parlamentare serve e bilanciare la forza verticale del potere esecutivo, è uno dei contrappesi che impediscono il governo assoluto. Noi non abbiamo il presidenzialismo, ma da tempo ci siamo indirizzati verso una verticalizzazione della decisione, nella pratica con la delega ai leader e in diritto con le riforme istituzionali in corso che accentuano la potenza dell’uomo solo al comando. Se questo può disporre anche di un potere disciplinare assoluto verso i propri parlamentari allora si riducono ancor di più i margini di una normale dialettica politica. Nel Pd dovremo discuterne seriamente. Non vogliamo neppure sentire il linguaggio delle espulsioni. L’autonomia dei parlamentari è un contrappeso al governo dall’alto. Non è un problema di vita di partito, è una questione istituzionale. Non si veda il dito ma la luna. (*) V. anche qui (--> http://friendfeed.com/la-stan...), nei commenti. - Sei Dee già Pulp
#JobsAct#Marta (*) risponde a #Renzi: #precarietà‬ pluriennale generalizzata, meno tutele in prospettiva, con ammortizzatori sociali limitati e senza fondi sufficienti. #NonInMioNome #14N #scioperosociale -
[a futura memoria - 6,5] La trattativa - MYmovies - http://www.mymovies.it/film...
#JobsAct Cdm autorizza il voto di #fiducia. #Fassina: ci saranno conseguenze politiche. #Civati: «la fiducia sulla legge delega che è già uno strumento che più fiduciario non si può?» - http://notizie.tiscali.it/articol...
- Il Consiglio dei ministri ha autorizzato la fiducia sulla delega sul lavoro. Domani nell'Aula del Senato riprende l'esame del provvedimento. Si complicano dunque le cose in casa Pd. A questo proposito infatti Gianni Cuperlo aveva espresso una posizione netta. "Il governo - aveva detto durante una intervista a SkyTg24 - non ponga la fiducia sul Jobs Act e "migliori" il testo, integrandola con "le suggestioni" approvate dalla Direzione del Pd. "Ritocchi al testo" - In effetti, autorizzata dal Consiglio dei Ministri la fiducia sul Jobs act, il governo sta lavorando ad un emendamento che apporterebbe piccole modifiche, si parla di 'ritocchi', al testo della delega approvato in commissione Lavoro del Senato e arrivato in Aula. L'orientamento sarebbe di intervenire accogliendo anche alcune indicazioni contenute negli emendamenti presentati dalle minoranze Pd su temi come, ad esempio, le mansioni. Il dettaglio dei casi, le diverse fattispecie in cui invece mantenere il reintegro nei licenziamenti disciplinari ingiustificati, il nodo più spinoso anche per gli equilibri nella maggioranza, resterebbe ai decreti delegati. Ambito nel quale potrebbe trovare posto, in caso di decisione in questo senso, il tema del cosiddetto super-indennizzo. Sulla questione il governo con il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, potrebbe anche intervenire con una dichiarazione, un impegno politico, in sede di replica, nell'Aula di Palazzo Madama. In una giornata fitta di contatti ed in una situazione descritta ancora in divenire, tra le diverse ipotesi prese in esame, questa è la via che al momento sembra più probabile. D'Attorre: "Prevarrà responsabilità non far cadere governo" - La fiducia sul Jobs act è "una scelta sbagliata, un segnale di insicurezza del governo". Così il deputato della minoranza Pd Alfredo D'Attorre. "Sarebbe giusto consentire un confronto di merito al Senato ma è chiaro che prevarrà la responsabilità di non far cadere il governo", afferma il bersaniano, che in direzione ha votato no. "Con la fiducia conseguenze politiche" - La riforma del lavoro agita ancora gli animi della minoranza Pd ed è soprattutto l’ipotesi di porre la fiducia sul Jobs act che fa preoccupare Fassina, Civati e Mineo. "Se la delega resta in bianco è invotabile e con la fiducia conseguenze politiche", scrive Stefano Fassina su twitter. "Il governo pare intenzionato a mettere la fiducia sulla legge delega che è già uno strumento che più fiduciario non si può. Una legge delega che tra l'altro è vaga, vaghissima e tutti possono leggervi quello che preferiscono", scrive invece sul suo blog Pippo Civati del Partito Democratico. "Sarebbe qualcosa - aggiunge il democratico - a metà tra la provocazione spicciola e un esautoramento del Parlamento, nonché un segnale di debolezza, oltre che sul piano politico un segnale di profonda rottura". (...) - Sei Dee già Pulp
[l'altra minoranza PD manda segnali in codice, invece] - (AGI) - Roma, 7 ott. - "La Sala Verde spero non sia solo un rito di passaggio, immagino ci sara' una sequenza di incontri con le parti sociali. I governi, poi, hanno il diritto di decidere, anche se le parti sociali non sono d'accordo. Posso dire che alla Camera, per senso di responsabilita', noi voteremo la fiducia sul Jobs Act, anche se in modo critico. Al Senato, pero', basterebbero sette voti per non avere la fiducia". Cosi' Cesare Damiano, deputato ed esponente della minoranza Pd, questa mattina ad Agora', su Rai Tre. "I mal di pancia ci sono, perche' non era il caso di mettere la fiducia, si poteva governare la situazione. Abbiamo presentato sette emendamenti, mi auguro che questi siano accolti. Non e' vero che abbiamo un mercato del lavoro rigido, anche l'Ocse ha rivisto i suoi dati. Il nostro e' piu' flessibile, sempre secondo l'Ocse, di quello spagnolo. Abbiamo milioni di lavoratori precari. Mi preoccupa chi dice basta con i sindacati, basta con Confindustria, basta con i corpi intermedi, poi alla fine basta con la democrazia, faccio tutto io. C'e' bisogno di rinnovamento, ma i corpi intermedi servono". (AGI) . --> http://www.agi.it/politic... - Sei Dee già Pulp
[il segno del #cambiamento di cui parla sempre #Renzi] #cambiareverso #largheintese 48 leggi approvate nella legislatura. Forza Italia ha votato in maniera favorevole il 62,5% delle volte (40% per il periodo post scissione con NCD). http://blog.openpolis.it/2014...
- Il 63% dei Gruppi Parlamentari ha sostenuto oltre il 60% delle leggi approvate. Delle 48 leggi fatte fino ad ora, Forza Italia ha votato a favore il 62% delle volte, il Movimento 5 Stelle il 18,75%. Le intese parlamentari sono protagoniste assolute della politica degli ultimi anni. Larghe, piccole, bipartizan quello che è certo che tutti i giorni i partiti si confrontano e trovano accordi. Nella Legislatura in corso, escludendo le ratifiche internazionali, sono state finora approvate 48 leggi. Quello che sorprende, o forse non troppo, è quanto sia largo il gruppo di partiti che ha votato a favore della maggior parte di queste leggi. Su 11 gruppi parlamentari, il 63% ha seguito la linea del Governo oltre il 60% delle volte. Perché se il Governo e la maggioranza è ufficialmente composta da Partito Democratico, Scelta Civica, Nuovo Centrodestra e Per l’Italia (tutte con un sostegno del 100% alle leggi approvate), Forza Italia ha votato in maniera favorevole il 62,5% delle volte. Pure andando a estrapolare il dato solamente per il periodo post scissione con il Nuovo Centrodestra, che ha segnato il passaggio dei forzisti da maggioranza a opposizione, la percentuale si attesta comunque intorno al 40%. (...) - Sei Dee già Pulp
Io credo - ma non ho verificato, quindi potrei essere smentito - che FI ha votato a favore di provvedimenti di questo governo tutte le volte che servivano voti per far passare delle porcate. - ☥ guideugé ٩(͡๏̯͡๏)۶
[come sviluppare male una gran bella idea... Appena appena sufficiente, per me] Lucy - http://www.mymovies.it/film...
[il giuslavorista #Alleva fa il punto sulla vicenda] #Art18, attenti alle false mediazioni - http://ilmanifesto.info/articol...
«(...) il divieto di licen­zia­mento discri­mi­na­to­rio è, sì, un prin­ci­pio sacro­santo, ma ha pochis­sima rile­vanza pra­tica, per­ché dimo­strare il motivo discri­mi­na­to­rio è onere del lavo­ra­tore, e la dimo­stra­zione risulta, in con­creto, quasi impos­si­bile [*], tanto più che una larga cor­rente giu­ri­spru­den­ziale pre­tende che il motivo discri­mi­na­to­rio sia «unico» (ren­dendo dop­pia­mente ardua quella «prova diabolica»). La vera effi­ca­cia «anti­di­scri­mi­na­to­ria» è, invece, quella con­nessa all’onere del datore di lavoro di pro­vare comun­que che il licen­zia­mento si fonda su un giu­sti­fi­cato motivo, ogget­tivo o soggettivo. Biso­gna capire lo schema logico-giuridico: il licen­zia­mento deve indi­care obbli­ga­to­ria­mente un motivo sog­get­tivo o ogget­tivo e, dun­que, il datore di lavoro Caio indica tale motivo. Il lavo­ra­tore Tizio impu­gna il licen­zia­mento, non solo per­ché ingiu­sti­fi­cato, ma anzi­tutto – afferma Tizio – per­ché dovuto in realtà a discri­mi­na­zione poli­tica e/o sin­da­cale. Tut­ta­via, Tizio non rie­sce poi a com­pro­vare quell’intento discri­mi­na­to­rio, ma poi­ché nean­che il datore Caio rie­sce, da parte sua, a dimo­strare che il licen­zia­mento è giu­sti­fi­cato da un motivo disci­pli­nare o eco­no­mico– pro­dut­tivo, il licen­zia­mento è comun­que annul­lato e Tizio viene reintegrato. Se si toglie que­sta seconda parte, e si con­sente che il datore, che non dimo­stra il giu­sti­fi­cato motivo, se la cavi con un risar­ci­mento mone­ta­rio, il rein­te­gro e l’art. 18 in pra­tica non esi­stono più. Così la pre­tesa «abo­li­zio­ni­sta» di Renzi si rea­lizza non in parte, ma in realtà al cento per cento». [*] http://ilmanifesto.info/i-tre-m... - Sei Dee già Pulp
(questo è per tutti quelli del «ma nessuno ha mai pensato di toccare la reintegrazione in caso di licenziamento discriminatorio!» - Come se fosse semplice provarlo...) - Sei Dee già Pulp
[a proposito di «vere dinamiche del mondo del lavoro», imprenditori stranieri e migranti che "ci rubano il lavoro" - Italia, 2014...] Padroni e operai a Sant'Antimo - http://napolimonitor.it/2014...
- (...) I proprietari delle fabbriche tessili di Sant’Antimo sono imprenditori bengalesi, spesso proprietari di altre fabbriche in Bangladesh, dove le condizioni dei lavoratori sono tristemente note. A un lavoratore arriva la proposta, per via di conoscenti e familiari, di un lavoro in Italia, con lauti compensi che salderebbero in poco tempo il debito col proprietario della fabbrica, il quale si impegna ad anticipare le spese per il viaggio. Arrivato nel nostro paese, al lavoratore viene offerto un impiego in una azienda tessile non troppo diversa da quelle che si trovano a Dacca. Neanche i ritmi di lavoro sembrano allontanarsi troppo da quelli della patria d’origine: dalle dieci alle quattordici ore al giorno, sette giorni su sette. Alla fine del mese, al lavoratore viene decurtata arbitrariamente gran parte della paga, e riceve in media trecento euro. Quando protesta arrivano gli insulti e le intimidazioni, poi la violenza fisica. Alcuni dei proprietari dispongono di aiutanti il cui mestiere è tenere sotto controllo gli operai, sequestrandogli in misura preventiva i documenti nel caso in cui il lavoratore dia problemi. Rabindra ha fatto un’altra trafila. Prima di arrivare a Sant’Antimo ha lavorato per diversi anni in Italia, è più anziano, sa che se un padrone non vuole pagarti la prima volta non lo farà neanche la seconda. Non solo: conosce bene l’italiano, come quasi tutti quelli che lo seguono subito dopo nella denuncia, e riesce a districarsi dalla trappola di ricatto e isolamento tesa dagli imprenditori bengalesi Col sostegno dell’Associazione 3 Febbraio, i lavoratori che hanno denunciato per primi le loro condizioni si organizzano per coordinare una lotta e per coinvolgere altri loro connazionali. Attraverso la stessa associazione, Rabindra e gli altri raggiungono gli avvocati che si sarebbero occupati del loro caso. Si tratta di procedimenti civili, cause di lavoro intentate nei confronti di tre società con sede legale a Sant’Antimo. L’avvocato D’Ago, che se ne occupa, mi spiega che si tratta di tre società regolarmente iscritte alla Camera di commercio, che però hanno assunto tutti i loro dipendenti a nero. Il primo dei ricorsi riguarda quindi il riconoscimento dei rapporti di lavoro. C’è poi la questione dei pagamenti arretrati, per non parlare del trattamento di fine rapporto. Alcuni operai hanno lavorato per due anni senza un giorno di riposo, continuando a percepire una frazione di quello che gli è dovuto. Questo vuol dire che alcuni tra loro vantano arretrati che arrivano ai centomila euro, che questa causa potrebbe dargli modo di riavere. È proprio un debito del genere quello che impedisce ai lavoratori di abbandonare di punto in bianco l’azienda, o di fare mosse azzardardate. Il proprietario, dal canto suo, non corre invano questi rischi, visto il notevole ritorno economico: il costo della manodopera è praticamente irrilevante, il prezzo a cui vengono venduti i vestiti all’ingrosso è molto vantaggioso e perdipiù la produzione è a ciclo continuo. Secondo l’opinione dell’avvocato, questa attività non sarebbe legata con la camorra a livello organizzativo: si tratta di spiccioli per chi si occupa del commercio di stupefacenti. I capi così realizzati sono commissionati da note marche italiane, che ottengono prodotti al prezzo del Bangladesh senza però dover pagare una traversata dell’Oceano Indiano: basta l’Autostrada del sole. (...) - Sei Dee già Pulp
Molto bene - Ubikindred
♫ Judith - A Perfect Circle http://spoti.fi/JSF30Y
♫ Interstate Love Song - Stone Temple Pilots http://spoti.fi/Li3Dgz
[intanto il #RussellTribunal espone le sue conclusioni sulla recente offensiva israeliana...] Margine criminale a #Gaza - http://ilmanifesto.info/margine...
- In una gre­mita audi­zione svol­tasi a Bru­xel­les pochi giorni fa, la giu­ria del Rus­sell Tri­bu­nal on Pale­stine, com­po­sta da giu­ri­sti, intel­let­tuali e difen­sori dei diritti dell’uomo di pre­sti­gio mon­diale tra i quali Ken Loach, Roger Waters, Chri­stiane Hes­sel, Van­dana Shiva, Rom Kasr­lil, Richard Falk, ha pre­sen­tato al Par­la­mento euro­peo le con­clu­sioni del Tri­bu­nale che si è tenuto a Bru­xel­les il 24 set­tem­bre sull’operazione israe­liana «Mar­gine Pro­tet­tivo» nella Stri­scia di Gaza. Dalla ses­sione è emersa la descri­zione docu­men­tata della più feroce offen­siva subita dalla Pale­stina dal 1967 ad oggi. Com­ples­si­va­mente sono state sca­gliate sulla stri­scia — sot­to­li­nea la giu­ria — 700 ton­nel­late di arti­glie­ria pesante: «Circa due ton­nel­late di ordi­gni per chi­lo­me­tro quadrato». I testi­moni hanno pro­vato che l’esercito israe­liano non solo ha uti­liz­zato ogni sorta di arma proi­bita dalle Con­ven­zioni di Gine­vra (inclusi pro­iet­tili a fram­men­ta­zione, bombe a grap­polo e ura­nio impo­ve­rito), ma ha deli­be­ra­ta­mente diretto attac­chi con­tro obiet­tivi e strut­ture civili, in totale disprezzo dei prin­cipi car­dine del diritto inter­na­zio­nale uma­ni­ta­rio. Le con­clu­sioni della giu­ria dimo­strano che le vio­la­zioni per­pe­trate non sono limi­tate all’illiceità inter­na­zio­nale dell’occupazione e dell’offensiva israe­liane, ma cor­ri­spon­dono a diversi cri­mini di massa codi­fi­cati nello Sta­tuto di Roma della Corte Penale Inter­na­zio­nale, di cui il Tri­bu­nale ha rac­colto nume­rose evidenze. Israele é risul­tata col­pe­vole di gravi cri­mini di guerra. Tra essi spic­cano «l’esecuzione som­ma­ria di civili pale­sti­nesi da parte delle truppe di terra israe­liane; la deva­sta­zione non giu­sti­fi­cata da neces­sità mili­tari, inclusa la distru­zione di ser­vizi essen­ziali e rifor­ni­menti idrici ed ener­ge­tici; il bom­bar­da­mento mas­sic­cio e arbi­tra­rio di aree civili den­sa­mente popo­late; l’uso spro­por­zio­nato della forza, espli­ci­ta­mente pre­vi­sto e adot­tato come metodo di guerra dall’esercito israe­liano (la Dahiya doc­trine, puni­zione col­let­tiva) e l’attacco inten­zio­nale con­tro ospe­dali, unità e per­so­nale medico». Alla luce delle testi­mo­nianze, il Tri­bu­nale ha con­cluso che un vero e pro­prio attacco siste­ma­tico con­tro la popo­la­zione civile vi è stato e che, rela­ti­va­mente alle con­dotte di omi­ci­dio, ster­mi­nio e per­se­cu­zione, vi sono indizi di cri­mini con­tro l’umanità, quali «l’inflizione inten­zio­nale di con­di­zioni di vita dirette a cagio­nare la distru­zione di parte della popo­la­zione, come impe­dire l’accesso al cibo, all’acqua e alle cure mediche». Le cru­deltà dell’offensiva, insieme alle prove di un pro­gres­sivo, allar­mante pro­cesso di fana­tiz­za­zione raz­ziale dell’opinione pub­blica, sono risul­tate così gravi da porre una spi­nosa que­stione: pos­sono, tutte que­ste con­dotte, unite in unico dise­gno volto a distrug­gere un popolo, inte­grare il cri­mine di geno­ci­dio? La giu­ria, con­si­de­rando il requi­sito spe­ci­fico del cri­mine — ovvero l’intento di distrug­gere, in tutto o in parte, un gruppo nazio­nale, etnico o reli­gioso – ritiene che alcune con­dotte tipi­che della fat­ti­spe­cie si siano effet­ti­va­mente veri­fi­cate, ma avverte che «le poli­ti­che di occu­pa­zione israe­liane sem­brano orien­tate, più che alla distru­zione fisica, al con­trollo e al sog­gio­ga­mento del popolo pale­sti­nese». La que­stione in punto di diritto è controversa. Cer­ta­mente, però, il prin­ci­pio ideo­lo­gico di que­sti attac­chi è evi­dente: cosa signi­fica attac­care una scuola se non distrug­gere il diritto all’educazione? Cosa signi­fica attac­care un ospe­dale se non impe­dire in par­tenza ai cit­ta­dini di acce­dere alle cure e agli aiuti uma­ni­tari? Cosa signi­fica attac­care siste­ma­ti­ca­mente la popo­la­zione civile se non ter­ro­riz­zarla, spez­zando ogni sogno di libertà e autodeterminazione? (...) - Sei Dee già Pulp
(ho smesso di leggere a Ken Loach, perdona) - Braga
tutti esperti di diritto internazionale, tutti laureati in giurisprudenza - Snowdog ★ ★ ★
[qui è dove si può scoprire cosa ha detto recentemente (*) #Stiglitz e che fa meno notizia di due parole su #Renzi...] La crisi dell’euro: cause e rimedi - http://temi.repubblica.it/microme...
[i danni dell'austerità e di una moneta unica senza Stato federale, con una Banca Centrale che si preoccupa solo di contenere l'inflazione (*) http://webtv.camera.it/archivi... ] - (...) Sembra veramente difficile che si possa risolvere la crisi intervenendo con riforme nei singoli paesi senza riformare la struttura dell’eurozona nel suo complesso. Su alcuni di questi interventi strutturali sembrerebbe esserci un discreto consenso. In primo luogo, una vera Unione bancaria, fatta di vigilanza e di assicurazione comune sui depositi, faciliterebbe la risoluzione congiunta delle crisi. Si tratta di misure urgenti, e l’urgenza è data dai numerosi fallimenti di imprese e banche, che possono danneggiare seriamente le prospettive di crescita future. In secondo luogo, è necessario un meccanismo federale di bilancio in Europa che potrebbe prendere, ad esempio, la forma degli Eurobond, una soluzione pratica e facile che consentirebbe all’Europa di utilizzare il debito in funzione anticiclica, come hanno fatto gli Stati Uniti in questi anni. Se l’Europa potesse indebitarsi a tassi di interesse negativi come stanno facendo gli Stati Uniti potrebbe stimolare molti investimenti utili, rafforzare l’economia e creare occupazione. E i soldi che oggi vengono spesi per il servizio del debito dei singoli paesi potrebbero essere utilizzati per politiche di stimolo alla crescita. In terzo luogo, l’austerità va abbandonata e va adottata una strategia articolata di crescita. I paesi europei sono molto diversi tra loro, ad esempio in termini di produttività. Sono dunque necessarie politiche industriali che favoriscano la crescita della produttività nei paesi più deboli, ma tali politiche sono precluse dai vincoli di bilancio imposti agli stati membri. Un ostacolo ulteriore è rappresentato dalla politica monetaria. Negli Stati Uniti la Federal Reserve ha un mandato articolato su quattro obiettivi: occupazione, inflazione, crescita e stabilità finanziaria. Oggi il principale obiettivo della Federal Reserve è l’occupazione, non l’inflazione. Al contrario la Banca Centrale Europea ha come unico mandato l’inflazione, si concentra unicamente sull’inflazione. Questo viene da un’idea che era molto di moda, benché non comprovata da alcuna teoria economica, quando lo Statuto della BCE è stato redatto. L’idea consisteva nel considerare la bassa inflazione come l’elemento di traino fondamentale e quasi esclusivo per la crescita economica. Nemmeno il Fondo Monetario Internazionale condivide più questa convinzione, ma l’Europa non sembra in grado di abbandonarla. Questa politica monetaria sbagliata, può produrre e sta producendo conseguenze economiche gravi. Se gli Stati Uniti mantengono bassi i loro tassi di interesse per stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro, mentre in Europa i tassi continuano a mantenersi più elevati, in una logica antiinflazionistica, questo favorisce l’afflusso di capitali e l’apprezzamento dell’euro. E questo, ovviamente, rende ancora più difficile esportare le merci europee con un evidente impatto negativo sulla crescita. Quando gli Stati uniti hanno cominciato ad adottare un politica monetaria fortemente espansiva ricorrendo al «Quantitative easing», l’esito positivo di questa politica è stato facilitato dal fatto che l’Europa non ha fatto lo stesso. - Sei Dee già Pulp
[patologie sistemiche in USA e UE e cosa non bisogna fare] - Se l’Europa avesse abbassato i propri tassi di interesse nello stesso modo in cui l’ha fatto la Federal Reserve, la ripresa negli Stati Uniti sarebbe arrivata molto più lentamente. Il paradosso, dunque, è che gli Stati Uniti dovrebbero ringraziare l’Europa per aver aiutato la ripresa dell’economia americana tramite le sue politiche monetarie sbagliate. Ci sono altri aspetti da considerare. Viviamo oggi in un economia fortemente legata all’innovazione tecnologica e alla conoscenza. Ma per favorire l’innovazione sono necessari investimenti costanti e di grandi dimensioni in comparti come l’istruzione e le infrastrutture. Si tende a pensare agli Stati Uniti come a un’economia innovativa. Questo è vero, ma è necessario ricordare negli Stati Uniti le innovazioni più importanti, come Internet ad esempio, sono state sostenute e finanziate attivamente dal governo. C’è stata una politica attiva dell’innovazione. Quando ero a capo del Gruppo dei consiglieri economici della Casa bianca, verificammo che i benefici degli investimenti pubblici in innovazione erano superiori a quelli prodotti dagli investimenti privati. Si tratta di esempi di politiche attive per la crescita che avrebbero effetti molto positivi e che vanno in una direzione opposta a quella del rigore che sta strangolando l’Europa. Infine, dobbiamo renderci conto che sia l’economia europea che quella statunitense erano affette da un patologia ancor prima dell’esplosione della crisi. Fino al 2008 l’economia europea e quella americana erano sostenute da una bolla speculativa che interessava principalmente il settore immobiliare. In assenza di quella bolla si sarebbero visti tassi di disoccupazione molto più elevati. Ovviamente non vogliamo tornare a una crescita fondata su bolle speculative (…). È necessario comprendere, dunque, quali sono i problemi di fondo che colpivano le nostre economie già prima della crisi e che, oltre a non essere stati affrontati sino ad oggi, sono peggiorati durante la recessione. Il primo problema sono le disuguaglianze crescenti nelle nostre società. La crisi ha contribuito ad aumentarle ovunque, negli Stati uniti i benefici della ripresa sono andati quasi completamente all’1% più ricco della popolazione. Negli Usa il valore del reddito mediano (quello che vede metà degli americani con redditi più alti e l’altra metà con redditi inferiori) al netto dell’inflazione è oggi più basso di 25 anni fa. Questo fa si che la famiglia americana media non abbia soldi da spendere e, di conseguenza, la domanda aggregata rimane debole. Il secondo elemento è legato alla necessità di una trasformazione strutturale verso l’economia della conoscenza. Una trasformazione che i mercati non sono in grado di gestire. Il ruolo di guida e di stimolo di tali trasformazioni dev’essere esercitato dei governi i quali, a causa della crisi attuale, non hanno in alcun modo svolto questo compito (…). La politica industriale sarà senz’altro uno degli strumenti fondamentali per uscire da questa situazione. È necessario un Fondo europeo per la disoccupazione e un Fondo europeo per le piccole imprese, investimenti che vadano molto oltre quello che fa oggi la Banca europea degli investimenti. Oltre alle cose che andrebbero fatte vi sono, però, anche cose che non vanno fatte. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, ho già detto che maggiore flessibilità non aiuterà a risolvere i problemi attuali, anzi li aggraverà aumentando le disuguaglianze e deprimendo ulteriormente la domanda. La situazione italiana, ad esempio, vede già presente un elevato grado di flessibilità; aumentarla ancora indebolirebbe l’economia senza portare vantaggi. Bisogna essere molto cauti. Un’altra cosa che l’Europa non deve fare è sottoscrivere il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Ttip). Un accordo di questo tipo potrebbe rivelarsi molto negativo per l’Europa. Gli Stati Uniti, in realtà, non vogliono un accordo di libero scambio, vogliono un accordo di gestione del commercio che favorisca alcuni specifici interessi economici. Il Dipartimento del Commercio sta negoziando in assoluta segretezza senza informare nemmeno i membri del Congresso americano. La posta in gioco non sono le tariffe sulle importazioni tra Europa e Stati uniti, che sono già molto basse. La vera posta in gioco sono le norme per la sicurezza alimentare, per la tutela dell’ambiente e dei consumatori in genere. Ciò che si vuole ottenere con questo accordo non è un miglioramento del sistema di regole e di scambi positivo per i cittadini americani ed europei, ma si vuole garantire campo libero a imprese protagoniste di attività economiche nocive per l’ambiente e per la salute umana. La Philip Morris ha fatto causa contro l’Uruguay perché l’Uruguay vuol difendere i propri cittadini dalle sigarette tossiche. La Philip Morris nel tentativo di contrastare le misure adottate in Uruguay per tutelare i minori o i malati dai rischi del fumo si è appellata proprio ai quei principi di libero scambio che si vorrebbero introdurre con il Ttip. Sottoscrivendo un accordo simile l’Europa perderebbe la possibilità di proteggere i propri cittadini. Questo tipo di accordi, inoltre aggravano le disuguaglianze e, in una situazione come quella europea, rischierebbero di approfondire la recessione. - Sei Dee già Pulp
[conclusioni e livello della democrazia con le "mani legate"] - L’Europa può ancora permettersi di aspettare? Se non si cambia la struttura dell’eurozona, se l’Europa continua sulla strada attuale, si candida a perdere un quarto di secolo, dovete esserne consapevoli. Quando eravamo nel mezzo della Grande Depressione degli anni trenta, non si sapeva quanto sarebbe durata, ed è finita solo con la seconda guerra mondiale e la massiccia spesa pubblica che l’ha accompagnata. Non dobbiamo augurarci che l’attuale crisi venga risolta allo stesso modo, ma oggi l’Europa ha le mani legate. Infine, la questione della democrazia. C’è un deficit di democrazia creato dall’introduzione dell’euro. Gli elettori votano a favore di un cambiamento delle politiche, poi arriva un nuovo governo che dice «ho le mani legate, devo seguire le stesse politiche europee». Questo compromette la fiducia nella democrazia. Oltre alle argomentazioni economiche che rendono necessario un cambiamento c’è questa disaffezione nei confronti della politica, che porta al rafforzamento delle forze estremiste. Non è soltanto l’economia che è in gioco, la posta in gioco è la natura delle società europee. - Sei Dee già Pulp
[per la stampa italiana, invece] - Stiglitz: "Renzi sta facendo bene ma ha mani legate" --> http://friendfeed.com/la-stan... - Sei Dee già Pulp
#Alleva: perché l’ #art18 va difeso e riguarda tutti. 3 punti nodali: deterrenza, sicurezza e ribassi salariali... https://twitter.com/seideeg...
- 3 punti nodali: 1) «l’efficacia e la fun­zione vera dell’art. 18 è quella di pre­ve­nire i licen­zia­menti arbi­trari: pro­prio per­ché essi pos­sono essere annul­lati, i datori di lavoro devono essere pru­denti e giu­sti nei loro com­por­ta­menti. Quelle 3.000 sen­tenze evi­tano — per dirla in sin­tesi — altri 30.000 licen­zia­menti arbi­trari o più. L’art.18 è, e resta, una fon­da­men­tale norma anti­ri­catto, che ha dato dignità al lavo­ra­tore pro­prio per­ché lo libera dal ricatto del licen­zia­mento di rap­pre­sa­glia, più o meno mascherato». 2) «le imprese assu­mono se lo richiede la domanda di beni e ser­vizi e non per altri motivi, come è sto­ri­ca­mente dimo­strato, men­tre la fle­x­se­cu­rity è un imbro­glio e una falsa pro­messa in tutta Europa, ed in par­ti­co­lare in Ita­lia per­ché quando la disoc­cu­pa­zione strut­tu­rale supera il 10% repe­rire altro lavoro è dif­fi­ci­lis­simo, e le finanze pub­bli­che non pos­sono cor­ri­spon­dere inden­nizzi se non miseri, e per poco tempo: dal 2016, ad esem­pio, sarà abro­gata la inden­nità di mobi­lità trien­nale, e resterà solo la cosid­detta Aspi, di breve durata e con importi decrescenti». 3) «Con il lavoro «usa e getta», esple­tato comun­que sotto ricatto e senza nes­suna cer­tezza del futuro, ben si potrà giun­gere, invero, anche a una dra­stica dimi­nu­zione dei salari sino alla soglia della sopravvivenza. Il futuro che si pro­spetta è pur­troppo quello di un lavoro non sol­tanto privo di dignità ma anche sot­to­pa­gato per­ché i lavo­ra­tori pre­cari e ricat­tati che diven­te­ranno la nor­ma­lità non potranno più pre­sen­tare riven­di­ca­zioni col­let­tive». - Sei Dee già Pulp
(Perché voi supponete che la congrega di cattolici e industriali .2 al governo legga? Sbagliate) - obe
♫ Losing My Religion - R.E.M. http://spoti.fi/IoXObf
La rigidità del mercato del #lavoro italiano? Una leggenda nata da un errore #Ocse. La protezione dei lavoratori, #art18 incluso... - http://www.huffingtonpost.it/2014...
- (...) L'errore dell'Ocse risale agli anni '90, quando per sbaglio i ricercatori considerarono il trattamento di fine rapporto (tfr), istituto riconosciuto anche in tutti gli altri ordinamenti, come una sorta di indennizzo per il licenziamento. Questa svista fece sballare tutti i calcoli, motivo per cui l'indice di rigidità del mercato italiano risultò altissimo. Di qui la narrazione che conosciamo bene: in Italia ci sono troppi vincoli al licenziamento, a cominciare dall'articolo 18. Quasi 10 anni dopo – su segnalazione della Banca d'Italia e di Maurizio Del Conte, uno studioso della Bocconi – l'Ocse ammise l'errore e rifece il calcolo. Si scoprì così che il livello di protezione (articolo 18 incluso) dei lavoratori in Italia non è affatto superiore a quello di molti nostri concorrenti, a cominciare da Paesi di solito presi a modello come la Germania, l'Olanda e la Svezia. “Il luogo comune, però, è rimasto. Noi continuiamo a essere il Paese dei luoghi comuni sul mercato del lavoro”, spiega a Repubblica Emilio Reyneri, sociologo del lavoro alla Bocconi. Venendo a tempi più recenti, nel 2013 l'Ocse assegna all'Italia un indice di protezione per un lavoratore assunto a tempo indeterminato pari a 2,51. L'indice della Germania è più alto (2,87), così come più alti sono i valori di Olanda (2,82) e Svezia (2,61). Inoltre, mentre questo dato è rimasto stabile in Germania, Svezia e Olanda tra il 2012 e il 2013, in Italia è calato (era 2,76) per effetto delle modifiche apportate all'articolo 18 dalla riforma Fornero. E non è tutto. Perché i falsi miti si estendono anche alla retorica della “poca flessibilità” del mercato del lavoro italiano. Scrive ancora Repubblica: L'Italia – prima però dell'ultimo intervento legislativo del ministro Poletti che ha liberalizzato i contratti a tempo, abolendo le causalità e consentendo tre proroghe in cinque anni – è (era, probabilmente) poco sopra la media Ocse: 2 contro 1,75 [parliamo qui di indice di flessibilità del mercato del lavoro, ndr]. Ma ben più rigida è ancora la Francia (3,63), mentre la Germania si colloca esattamente un punto sotto l'Italia. La Norvegia è a 3 come la Spagna. (...) - Sei Dee già Pulp
le tabelle ocse si possono trovare qua, così ciascuno può fare le proprie valutazioni http://stats.oecd.org/Index... - Elvis Presley
[molto interessante] Ri-bruciare Stalingrado? La Russia, le sanzioni e le reazioni sproporzionate - Alla base delle misure prese da Unione Europea e Stati Uniti contro Mosca c'è un grave errore di valutazione. Un errore che si poteva evitare studiando la storia del popolo russo invece di concentrarsi sull'analisi psicologica di Putin. - http://temi.repubblica.it/limes...
- L’ennesimo inasprimento delle sanzioni è il momento adatto per una riflessione sullo stato e prospettiva del braccio di ferro, sempre più simile a uno psicodramma, tra l’Occidente e la Russia. A parte il tema ricorrente dell'efficacia erga omnes dello strumento delle sanzioni in quanto tale, sembra evidente che esse servano in questo momento a cronicizzare la situazione di tensione con Mosca, non certo a risolverla. Dal punto di vista moscovita, ciò è collegato a una serie di considerazioni politiche, economiche e finanche antropologico-culturali poco considerate da un Occidente spesso ancora troppo appiattito sull'analisi psicologica di Putin e del suo carattere. Sintetizzeremo i principali aspetti del punto di vista russo con alcune, purtroppo inevitabili, semplificazioni. (...) - Sei Dee già Pulp
La parte di Ucraina colorata in giallo è quella dove si parla ucraino; una lingua inesistente giacché, in verità, si tratta del ruteno che per comodo hanno trasformato in lingua ucraina. I ruteni di oggi sono una massa di pecoroni nazistoidi (hanno origini da Polonia, Lituania, ex Cecoslovacchia, etc.) ed osannano il nazista Stepan Bandera. Sono contro i russi di Ucraina e, con l'appoggio esterno di alcuni Paesi, iniziarono la c.d. de-russificazione dell'Ucraina. Questi fatti non sono solo odierni, ma iniziarono qualche tempo dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica. Chi scrive pezzi su quei popoli dovrebbe prima studiare meglio la storia di quei luoghi; non basandosi su pubblicazioni recenti, ma sui libri di epoca passata che si trovano soltanto nelle biblioteche dell'est europeo. - ☥ guideugé ٩(͡๏̯͡๏)۶
#Brunetta (a #Renzi): «O di là, o di qua. Di là c'è il corpaccione del Pd parlamentare, della Cgil, dei poteri forti finanziari e delle coop. Di qua c'è la maggioranza del Paese, ci siamo noi, c'è il centrodestra: brutto, sporco e cattivo, ma dalla parte giusta. Dalla parte degli italiani». - http://www.adnkronos.com/fatti...
- ''Il presidente del Consiglio e segretario del Pd, Matteo Renzi, deve fare chiarezza subito. Deve fare delle scelte. E non solo sul lavoro, ma anche sul fisco, sulla burocrazia, sulla politica economica, sulla giustizia, sull'Europa. Da che parte sta? Ce lo dica. O di là, o di qua. Di là c'è il corpaccione del Pd parlamentare, della Cgil, dei poteri forti finanziari e delle coop. Di qua c'è la maggioranza del Paese, ci siamo noi, c'è il centrodestra: brutto, sporco e cattivo, ma dalla parte giusta. Dalla parte degli italiani''. Lo ha scritto il capogruppo di Fi, Renato Brunetta, in un passaggio di un intervento pubblicato dal "Giornale". - Sei Dee già Pulp
Uno chiede. Non c'erano mica solo i renziani puri, qui. ;) - Sei Dee già Pulp
#sondaggi Due italiani su tre contrari abolizione #art18. Stesso campione che dà il #PD al 40,4% e #Renzi con la fiducia a 50 (+11 su Napolitano; altri leader, staccati, tra 20 e 17).
Secondo me è sì 3% no 6% "18 de che?" 90% - Braga
"18 de chè" 90% +1 - M.
Islamic State Issues Video Challenge to Obama - "Flames of War - Fighting has just begun" - Coming soon --> http://www.youtube.com/watch... http://www.nytimes.com/2014...
Il video è un trailer cinematografico. Nessuna scena particolarmente cruenta (si vede anche qui, se sparisce da YT: http://www.washingtonpost.com/news...). - Sei Dee già Pulp