[BOOM!] Invece di bombardare lo Stato Islamico, dovremmo dialogarci (Anna Maria Cossiga) - http://temi.repubblica.it/limes...
Oct 13, 2014
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Del nuovo califfato si è fatto l’ennesimo avversario numero uno. Creare un acerrimo nemico da combattere e sconfiggere è una caratteristica tutta statunitense che pare sia stata esportata nel resto dell'Occidente (e non solo) insieme alla Coca Cola e ai jeans. Prima c'erano i selvaggi (indiani, africani o popoli colonizzati in generale) da redimere e civilizzare; poi sono arrivati i comunisti; infine i fondamentalisti islamici, di cui il califfato di al-Baghdadi è l'ultima versione.
Per descrivere i cosiddetti fondamentalismi religiosi, in special modo quello islamista, sono stati impiegati fiumi di inchiostro. Lo Stato Islamico ha tutte le caratteristiche del fondamentalismo individuate dagli studiosi occidentali: reattività alla marginalizzazione della religione nella società, manicheismo morale, infallibilità dei testi sacri, millenarismo, presenza di un leader carismatico e di un nemico sia interno (musulmani “deviati”) sia esterno (Occidente), ambivalenza nei confronti della modernità di cui si rifiutano le premesse laiche e pluraliste e se ne accettano i benefici strumentali. In poche parole il fondamentalismo perfetto che minaccia il mondo intero e quindi va distrutto.
Sembra tutto molto chiaro e definito. Eppure ci sono ancora molti aspetti sconosciuti dello Stato Islamico, a partire dal nome. Isil, Isis, Is: tutti acronimi derivanti dalla lingua inglese. “S” sta per State, “I” per islamic. Lo Stato Islamico, insomma, in un primo momento di Iraq e del Levante, poi di Iraq e Siria, infine senza alcuna connotazione geografica.
Che cosa c’è in un nome? si chiedeva Shakespeare. In questo caso c’è molto. In arabo è al-Dawla al-Islāmiyya. La parola dawla, che noi traduciamo con “Stato”, viene usata per indicare un’entità politica ma significa anche “cambiamento”, termine che mal si adatta alla nostra idea di Stato come entità giuridica e politica sovrana costituita da un territorio con confini ben definiti e stabili.
L'idea di cambiamento ha molto più a che fare con la storia del califfato, un’entità politica che tendeva continuamente ad ampliarsi per includere nel Dar al-Islam (la casa dell’Islam) i territori non musulmani del Dar al-Harb (la casa della guerra o del caos). Finché esisterà la seconda, la prima non potrà mai avere confini precisi.
L’eliminazione del confine sembra essere uno degli obiettivi dell’Is. Nel reportage “Dentro l’Isis”, trasmesso di recente da Sky, i combattenti intervistati si dichiarano orgogliosi di aver cancellato la frontiera tra Iraq e Siria e di poter passare da un territorio all’altro “senza visto e senza passaporto”. Il primo nemico da sconfiggere, dicono, è l’accordo Sykes-Picot che aveva stabilito quei confini.
Lo scopo dell’Is, dunque, non è creare un nuovo Stato secondo i parametri occidentali, ma ricreare ed estendere il califfato dei tempi d’oro della civiltà islamica, fino a raggiungere Roma e infine far sventolare la bandiera nera sulla Casa Bianca. In questa visione, lei sì millenaristica, lo Stato Islamico si differenzia profondamente da altri fondamentalismi. In primo luogo dall'Iran e da Hamas, il cui scopo è creare uno Stato palestinese, per quanto basato sui principi del “puro” Islam. Forse il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dovrebbe rifletterci meglio quando paragona i due movimenti.
Nella nostra rappresentazione del nuovo brand islamista pecchiamo, ancora una volta, di etnocentrismo. L'immaginario occidentale non sembra lasciare spazio ad alcuna entità politica che non ricalchi il nostro Stato-nazione, per quanto ormai le sue condizioni di salute non siano delle migliori.
Il califfato, inoltre, ha una natura rivoluzionaria inversa paragonabile a quella del suo acerrimo nemico: l'Iran. Al termine "rivoluzione" siamo abituati ad associare l’idea di novità. Il marxismo voleva creare un mondo e un uomo nuovi. La rivoluzione islamica, invece, vuole tornare al vecchio mondo del profeta e ai musulmani della prima umma. Secondo gli islamisti il presente è infettato a tal punto dal virus occidentale, che l’unica medicina per il futuro è fare ritorno al passato.
Sembra di trovarsi di fronte a una crisi della presenza e al rischio di fine del mondo, per citare Ernesto De Martino. Parafrasando le parole dello studioso, il movimento islamista di stampo apocalittico risponde con ritardo all’esperienza traumatica dell’invasione coloniale occidentale e riflette tanto la perdita dell’autonomia politica, quanto il crollo del sistema di vita tradizionale.
Nel già citato reportage, un combattente promette che il califfato occuperà le nostre terre, prenderà le nostre donne e renderà orfani i nostri figli esattamente come noi abbiamo fatto con loro. Lo sguardo è, per la nostra sensibilità, quello di un fanatico terrorizzato. La loro soluzione è il ritorno al tempo mitico dell’Islam vittorioso. Un tempo in cui si può trovare la soluzione alla crisi del presente.
Questo non significa rinunciare a ciò che di utile viene dalla modernità occidentale. Una sorta di strano sincretismo in cui un addetto stampa del califfato, con occhiali da sole Ray-Ban, cellulare di ultima generazione e ricetrasmittente in mano, inneggia alla sharia e al jihad, maledicendo gli apostati e gli infedeli e “minacciando” di usare contro l’Occidente gli ultimi ritrovati tecnologici.
Anche l’Occidente sta sperimentando una sua crisi della presenza. Qual è la nostra soluzione? Bombardare, senza convinzione, uno Stato che Stato non è e sul cui territorio risiedono “i buoni” che dovremmo difendere? Il nostro manicheismo, in fondo, è simile al loro. Come lo è il fondamentalismo etnocentrico che continua a interpretare la realtà secondo parametri desueti quali lo Stato-nazione e la religione democratica.
A nostra volta continuiamo a guardare al passato, incapaci di immaginare un futuro nuovo. Allo stesso modo creiamo un mostro da sconfiggere per mascherare la nostra stessa sconfitta.
Non si tratta di uno scontro di civiltà, quanto di uno scontro di paure su ciò che entrambi i contendenti percepiscono come la fine del loro mondo. Non esistono vincitori, solo sconfitti.
La parola d’ordine, tanto dell’Occidente quanto degli Stati musulmani rivali dell’Is, è “non trattare con i terroristi”. Sarà davvero una strategia vincente? In fondo, il terrorismo dell’Eta e dell’Ira ha avuto fine nel momento in cui si è aperto un dialogo e i terroristi sono stati riconosciuti come nemici con i quali avviare una qualche trattativa.
Forse invece di bombardare dovremmo cercare una via di comunicazione con il califfo, stando molto attenti affinché gli interpreti traducano esattamente “loro” a noi e “noi” a loro.
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Lucio Caracciolo: «Lo Stato Islamico non è l'apocalissi dipinta dal coro dei media internazionali e da leader d’ogni colore, non solo occidentali.
Il suo capo, Abû Bakr al-Baġdādī, è un «califfo» molto virtuale. Questo sedicente successore di Maometto, al secolo Ibrhāhīm ‘Awad al- Badrī, cui Time ha assegnato l’immeritato titolo di «uomo più pericoloso del mondo», non è né potrà diventare il supremo ordinatore dell’universo musulmano. Non è nemmeno un soggetto autonomo, per sé capace di alterare le equazioni di potenza in Medio Oriente.
Ma lo Stato islamico – Is, stando all’acronimo inglese (da Islamic State) che certifica la penetrazione universale del brand – non vale tanto per quel che è quanto per come viene percepito, reinterpretato e usato dalle potenze locali, regionali e globali.
Sotto tale profilo, si offre insieme come rivelatore geopolitico, strumento maneggiabile da attori assai più consistenti per fini propri, marchio semplice e geniale, potenzialmente attraente nell’ecumene islamica. Compresa quella di casa nostra.
Tre angoli di lettura cui corrispondono altrettante maschere del «califfo», sovrapponibili e intercambiabili in base al punto di osservazione e degli interessi in gioco, generando ipnotici effetti di luci e ombre. Miraggi, forse. Ma nel deserto, spazio di annunciazioni, i miraggi contano.
A occhi ingenui o interessati paiono più reali della realtà. Non sarà perciò vano osservare gli effetti della fin troppo reclamizzata entrata in scena del «califfato» sulle partite levantino-mediorientali, sull’umma islamica e per conseguenza sulla geopolitica planetaria.
Consapevoli che impatto e destino dell’ennesimo sogno califfale saranno determinati da nemici e sostenitori – talvolta lo stesso soggetto in versione palese od occulta – più che dalle scelte di al-Baġdādī.
Non inganni il modesto peso specifico dello Stato Islamico. Certo, in un contesto geopolitico ben temperato, atrocità e imprese belliche dell’ultima stella della costellazione jihadista meriterebbero oggi l’attenzione della cronaca, domani forse una nota a piè di pagina nei manuali di storia». --> http://temi.repubblica.it/limes...
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