#Tocci "Sui diritti del lavoro" - «Con le riforme istituzionali gli elettori contano meno di prima. Con il Job Act si intaccano le garanzie per i lavoratori. Queste scelte non erano previste nel programma elettorale del 2013 che abbiamo sottoscritto come parlamentari del Pd. Non siamo stati eletti per indebolire i diritti». - http://waltertocci.blogspot.it/2014...
Intervento in Senato del 7 Ottobre nel dibattito sulla legge delega per il lavoro - La richiesta del voto di fiducia sembra una prova di forza ma è un segno di debolezza. Il governo chiede al Parlamento una delega a legiferare mentre impedisce al Parlamento di precisare i contenuti di quella stessa delega. Il potere esecutivo si impadronisce del potere legislativo per disporne a suo piacimento, senza alcun contrappeso istituzionale. Il Senato delega per sentito dire nelle televisioni, senza quei “principi e criteri direttivi” prescritti dalla Costituzione. È l’anticipazione di un metodo che diventerà normale con la revisione costituzionale in atto. Si forzano le regole per paura di un libero dibattito parlamentare. Il Presidente del Consiglio non è in grado di presentare gli emendamenti che ha proposto come segretario del suo partito. In questo modo, la legge delega sarà priva non soltanto di alcune garanzie ampiamente condivise, ma perfino della famosa questione della cancellazione dell’articolo 18. Se ne parla sui media, ma non risulta nei testi. D’altronde, a quanto pare, non conta più cosa decide il Parlamento - sarà poi il governo tra qualche mese a scrivere i veri decreti - l’importante è ora creare l’apparenza di una grande riforma. L’argomento è stato scelto ad arte per inscenare una contrapposizione simbolica. Ce la potevamo risparmiare questa guerra di religione sul diritto del lavoro. Non solo perché il Paese avrebbe bisogno di ritrovare coesione sociale intorno a un chiaro progetto di cambiamento. Non solo perché si dovrebbe evitare di lacerare la ferita già dolorosa della disoccupazione che segna la vita di milioni di italiani. Ma soprattutto perché non c’è alcun motivo pratico per ingaggiare l’ennesimo duello giuslavorista. E il primo ad esserne convinto sembrava proprio Matteo Renzi. Solo qualche mese fa riteneva che ridiscutere dell’articolo 18 fosse una fesseria. Si era addirittura impegnato di fronte al popolo delle primarie ad archiviare la questione. Come mai ha cambiato idea? Sarebbe doverosa una spiegazione. Altrimenti potrebbe alimentare il dubbio che la guerra di religione è ingaggiata per distrarre l’opinione pubblica, per coprire le evidenti difficoltà dell’azione di governo, per occultare gli scarsi risultati ottenuti nella trattativa europea. Temo che si vada consolidando un metodo di governo basato sulla ricerca continua di un nemico. Può servire a creare un consenso effimero, ma non aiuta il paese a trovare una rotta; asseconda il rancore sociale ma non coagula le passioni civili per il cambiamento. (...) - Sei Dee già Pulp
[https://www.facebook.com/notes... (*)] «(...) Sono inaccettabili le reprimende ai colleghi che non hanno votato la fiducia. Condivido pienamente con Casson, Mineo e Ricchiuti il giudizio negativo sulla riduzione delle garanzie per i lavoratori e sullo strappo costituzionale di una delega conferita al governo senza i necessari indirizzi parlamentari. Sono scelte che superano il mandato ricevuto dagli elettori nel 2013 ed è pertanto pienamente legittimo che si possa non rispettare la decisione di partito. Sento in giro una grande nostalgia per il centralismo democratico proprio da chi predica il superamento del modello novecentesco. Non si può riesumare dal passato solo il vincolo disciplinare, gettando via tutto il resto: gli iscritti, la cultura, la partecipazione. Non possiamo neppure accettare che tutto si riduca a una questione di vita interna. Noi abbiamo segnalato in forme diverse – con il non voto della fiducia e con il gesto personale delle dimissioni – lo stesso allarme per una questione squisitamente istituzionale. C’è stato un trasferimento di fatto del potere legislativo a favore dell’esecutivo su un principio costituzionale come i diritti dei lavoratori. Il governo ha chiesto una delega in bianco e ha impedito al Parlamento di definire gli indirizzi. Di più, il presidente del Consiglio ha posto la fiducia per bloccare la discussione degli emendamenti presentati da circa 40 senatori del partito di cui è segretario. Il tema da discutere allora non è se si è obbligati a votare la fiducia, ma che la fiducia non può essere utilizzata per evitare il confronto politico e parlamentare. Ho fatto l’esempio americano non a caso. Quel paese è in grado di governare il mondo anche se spesso diversi senatori votano contro le proposte del Presidente dello stesso partito. Nella saggezza di quella democrazia la libertà del parlamentare serve e bilanciare la forza verticale del potere esecutivo, è uno dei contrappesi che impediscono il governo assoluto. Noi non abbiamo il presidenzialismo, ma da tempo ci siamo indirizzati verso una verticalizzazione della decisione, nella pratica con la delega ai leader e in diritto con le riforme istituzionali in corso che accentuano la potenza dell’uomo solo al comando. Se questo può disporre anche di un potere disciplinare assoluto verso i propri parlamentari allora si riducono ancor di più i margini di una normale dialettica politica. Nel Pd dovremo discuterne seriamente. Non vogliamo neppure sentire il linguaggio delle espulsioni. L’autonomia dei parlamentari è un contrappeso al governo dall’alto. Non è un problema di vita di partito, è una questione istituzionale. Non si veda il dito ma la luna. (*) V. anche qui (--> http://friendfeed.com/la-stan...), nei commenti. - Sei Dee già Pulp