[a proposito di «vere dinamiche del mondo del lavoro», imprenditori stranieri e migranti che "ci rubano il lavoro" - Italia, 2014...] Padroni e operai a Sant'Antimo - http://napolimonitor.it/2014...
Oct 3, 2014
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- (...) I proprietari delle fabbriche tessili di Sant’Antimo sono imprenditori bengalesi, spesso proprietari di altre fabbriche in Bangladesh, dove le condizioni dei lavoratori sono tristemente note. A un lavoratore arriva la proposta, per via di conoscenti e familiari, di un lavoro in Italia, con lauti compensi che salderebbero in poco tempo il debito col proprietario della fabbrica, il quale si impegna ad anticipare le spese per il viaggio. Arrivato nel nostro paese, al lavoratore viene offerto un impiego in una azienda tessile non troppo diversa da quelle che si trovano a Dacca. Neanche i ritmi di lavoro sembrano allontanarsi troppo da quelli della patria d’origine: dalle dieci alle quattordici ore al giorno, sette giorni su sette. Alla fine del mese, al lavoratore viene decurtata arbitrariamente gran parte della paga, e riceve in media trecento euro. Quando protesta arrivano gli insulti e le intimidazioni, poi la violenza fisica. Alcuni dei proprietari dispongono di aiutanti il cui mestiere è tenere sotto controllo gli operai, sequestrandogli in misura preventiva i documenti nel caso in cui il lavoratore dia problemi.
Rabindra ha fatto un’altra trafila. Prima di arrivare a Sant’Antimo ha lavorato per diversi anni in Italia, è più anziano, sa che se un padrone non vuole pagarti la prima volta non lo farà neanche la seconda. Non solo: conosce bene l’italiano, come quasi tutti quelli che lo seguono subito dopo nella denuncia, e riesce a districarsi dalla trappola di ricatto e isolamento tesa dagli imprenditori bengalesi
Col sostegno dell’Associazione 3 Febbraio, i lavoratori che hanno denunciato per primi le loro condizioni si organizzano per coordinare una lotta e per coinvolgere altri loro connazionali. Attraverso la stessa associazione, Rabindra e gli altri raggiungono gli avvocati che si sarebbero occupati del loro caso. Si tratta di procedimenti civili, cause di lavoro intentate nei confronti di tre società con sede legale a Sant’Antimo. L’avvocato D’Ago, che se ne occupa, mi spiega che si tratta di tre società regolarmente iscritte alla Camera di commercio, che però hanno assunto tutti i loro dipendenti a nero. Il primo dei ricorsi riguarda quindi il riconoscimento dei rapporti di lavoro. C’è poi la questione dei pagamenti arretrati, per non parlare del trattamento di fine rapporto. Alcuni operai hanno lavorato per due anni senza un giorno di riposo, continuando a percepire una frazione di quello che gli è dovuto. Questo vuol dire che alcuni tra loro vantano arretrati che arrivano ai centomila euro, che questa causa potrebbe dargli modo di riavere. È proprio un debito del genere quello che impedisce ai lavoratori di abbandonare di punto in bianco l’azienda, o di fare mosse azzardardate. Il proprietario, dal canto suo, non corre invano questi rischi, visto il notevole ritorno economico: il costo della manodopera è praticamente irrilevante, il prezzo a cui vengono venduti i vestiti all’ingrosso è molto vantaggioso e perdipiù la produzione è a ciclo continuo. Secondo l’opinione dell’avvocato, questa attività non sarebbe legata con la camorra a livello organizzativo: si tratta di spiccioli per chi si occupa del commercio di stupefacenti. I capi così realizzati sono commissionati da note marche italiane, che ottengono prodotti al prezzo del Bangladesh senza però dover pagare una traversata dell’Oceano Indiano: basta l’Autostrada del sole. (...)
- Sei Dee già Pulp
Molto bene
- Ubikindred