[forse la cosa più bella che ho letto sul caso #Cucchi] Bastava fare "due" con la mano a Stefano - http://aciribiceci.com/2014...
Nov 3, 2014
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- Nel 1987 a Siracusa c’era la questione del casco.
Era diventato obbligatorio, quindi trovavi posti di blocco ovunque: della polizia, dei carabinieri, qualche volta anche dei finanzieri.
In certi quartieri e in certe scuole di Siracusa, nel 1987 (ma un po’ pure adesso) se qualcuno ti diceva sbirro, finanziere ma soprattutto carabiniere era proprio un insulto, di quelli gravi, tipo figlio di buttana: cioè o era una cosa che ti dicevano gli amici tuoi più stretti, proprio per ridere, oppure significava che chi te l’aveva detto voleva farla finire a legnate, dovevi partire con le botte, combattere per salvare l’onore.
In certi altri quartieri e in certe altre scuole, tipo la mia, questo fatto di dirsi sbirro o carabiniere invece era più che altro una pantomima, uno scimmiottamento: cioè in un certo senso ce lo dicevamo tra di noi per fare i torpi, cioè i grezzi, cioè per imitare, un po’ deridendoli, quelli un po’ malacarni che si dicevano seriamente sbirro e carabiniere l’un l’altro per offendersi.
A volte capitava che questa sottigliezza sfuggisse, oppure che venisse volutamente equivocata, così da essere utilizzata come pretesto: magari quello che ti aveva dato del carabiniere per scherzo ti stava antipatico per chissà quali motivi, e allora fingevi di non avere colto l’ironia e ne approfittavi per farla finire a legnate lo stesso.
A quel punto, chi si trovava ad assistere all’aggressione in qualche modo la legittimava: be’, però gli ha detto carabiniere, non è che se la poteva tenere così.
Quindi insomma, anche in scuole e quartieri tipo il mio, non era mai chiarissimo se questo termine fosse un insulto per davvero o solo per finta: si rimaneva sul vago, un po’ era per ridere e un po’ poteva diventare una cosa seria.
In certi altri quartieri e in certe altre scuole invece c’era più certezza: questo fatto che non eri sbirro e non eri carabiniere si doveva vedere bene, andava dimostrato a tutti, in vari modi e con vari atteggiamenti. Uno era non mettersi il casco.
Il casco, per la verità, non se lo metteva nessuno, in nessuna scuola e in nessun quartiere, un po’ per la storia (mai chiarita fino in fondo) che non bisognava essere né sbirri né carabinieri, e un po’ perché all’epoca c’era un problema molto sentito: il gel.
Senza gel non usciva di casa nessuno, e col gel mettersi il casco era una tragedia.
Però c’erano questi cavolo di posti di blocco degli sbirri, dei carabinieri e pure dei finanzieri un po’ ovunque, e non si poteva rischiare di farsi sequestrare il motorino. Allora, per la paura di restare a piedi, il casco te lo portavi dietro, senza metterlo: lo infilavi sul braccio destro, il lato dell’acceleratore, così se ti accorgervi di un posto di blocco, in un attimo te lo potevi infilare in testa.
Accorgersi del posto di blocco era piuttosto semplice, perché tra i possessori di motocicli era invalso un uso assai solidale: segnalarsi reciprocamente la presenza di sbirri, finanzieri e soprattutto carabinieri con un gesto della mano. Se incrociando un motociclista quello ti faceva il numero “due” con la mano significava che lungo quella strada c’erano i carabinieri: o ti mettevi il casco in testa o facevi inversione ed evitavi il posto di blocco.
Tutti i ragazzi, di tutti i quartieri e di tutte le scuole, sapevano come interpretare questo gesto e quindi anche come regolarsi, e nessuno mancava mai di segnalare la presenza di carabinieri a propria volta.
Nonostante questi accorgimenti, qualcuno veniva beccato lo stesso: i primi a passare da un certo incrocio, se la pattuglia era ben piazzata, non avevano scampo. L’unico modo per evitare il sequestro, a quel punto, era non fermarsi al posto di blocco e scappare.
Lì la differenza tra scuole e quartieri si faceva molto più pronunciata: quasi mai i ragazzi che provenivano da ambienti difficili si fermavano ai posti di blocco. A fermarsi, senza nemmeno essere sfiorati dall’idea di ignorare la paletta, erano i ragazzi di scuole e quartieri come il mio.
Ti ritrovavi così immobilizzato in mezzo alla strada, a dare documenti e spiegazioni, spesso per molto più tempo del dovuto, e subendo una serie di ramanzine, di solito molto aspre, che piano piano, con lo scorrere dei minuti diventavano prima reprimende, poi derisioni un po’ umilianti, e nei casi peggiori temevi potessero degenerare in scappellotti, o addirittura percosse. Insomma, più cominciavi ad avere paura che le cose si mettessero male, più i carabinieri solleticavano i tuoi timori, giocandoci con poco o molto sadismo, a seconda dei casi.
Ricordo bene la volta che mi sequestrarono la vespa 50 Pk XL colore blu notte (aveva anche un grosso adesivo con la faccia imbronciata di Paperino sul bauletto destro), in piazza della Repubblica (oggi si chiama piazza Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), a due passi dal vecchio tribunale, allora in piena funzione.
Uno dei tre poliziotti, mentre gli altri due mi cazziavano pesantemente per questo fatto del casco (mettendo la cosa in termini francamente assurdi, come se io avessi deciso di girare senza casco per deridere la loro autorità o svilire la loro funzione di controllo, quando per me era tutta una questione di gel) si allontanò di qualche metro ed esplose un colpo di pistola per terra, facendo saltare per aria uno o due cubetti di porfido. Pure i due che mi stavano cazziando fecero una faccia sconvolta, ma il terzo, quello che aveva sparato, si mise subito a ridere, disse qualcosa di divertente, e tutti e tre si godettero la mia espressione di paura e i miei sudori freddi.
Mi ricordo anche che tornando a piedi verso casa, il casco infilato sul gomito destro, pensai che effettivamente dire a qualcuno sbirro o carabiniere era un insulto pesante, e non c’era bisogno di essere torpi o malacarni per offendersi se qualcuno lo diceva a te.
Un’altra cosa che notavi sempre quando ti capitava di essere fermato a un posto di blocco erano proprio i torpi: non era tanto che non si fermassero loro, era più che altro che ai poliziotti e ai carabinieri e ai finanzieri non veniva neanche in mente di fargli vedere la paletta. Più le facce erano brutte, più gli si leggeva in faccia che non si sarebbero fermati, più si intuiva che avrebbero reagito all’ALT come a un’offesa personale, insomma più si capiva che erano delinquenti, più i carabinieri li ignoravano, lasciandoli passare.
Non potrei dire sempre, ma posso dire spesso per averlo visto succedere in diverse occasioni, la paletta la esibivano a facce da scemotti, con la gommina sui capelli e gli adesivi di paperino imbronciato sul bauletto.
Più volte mi è anche capitato di vedere coppie di malacarni passare a gran velocità, senza casco neppure sul gomito, con motorini così rumorosi che sembravano duemila di cilindrata, e sputare per terra con grande ostentazione due metri dopo o due metri prima del posto di blocco: fermarli sarebbe stato allo stesso tempo doveroso e impossibile.
Finito il liceo, cioè l’età degli scioperi, delle fallimentari occupazioni scolastiche, dei cortei e delle manifestazioni di piazza in cui spesso si entra a contatto con le forze dell’ordine, l’idea che sbirro e carabiniere fossero brutte parole si era tradotta in un distinguo più preciso: per me, e per quelli un po’ fessacchiotti come me, era un insulto, ma non allo stesso modo e non con lo stesso significato che gli davano quegli altri, quelli che al posto di blocco non si fermavano e sputavano per terra.
Per loro, carabiniere significava spione, nemico, ficcanaso. Per me e per i miei compagni di scuola invece significava più che altro uno debole coi forti e forte coi deboli.
Non che mancassero esempi diversi, del tutto opposti a questo genere di comportamento vile (...)
- Sei Dee già Pulp
bellissimo.
- Nervo
Davvero.
- Sei Dee già Pulp









